WALTER CREMONINI

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Walter Cremonini (Milano, 1924-2007) fu partecipe, e attento osservatore, del tempo suo. Lo fu con piena consapevolezza e acuto senso critico, senza mai lasciarsi ingabbiare in filoni di pensiero egemone o di linguaggi artistici alla moda. “Uomo e artista brado”, lo definì Ery Vigorelli: indomito amante degli spazi aperti e della libertà, come un puledro selvaggio. “Il pensiero sempre rivolto alla libertà” ne fu una costante, improntandone vita e opera, con rigore e coerenza.

Amore per la libertà e senso etico indussero Cremonini a scelte penalizzanti, dal punto di vista del facile successo, che non di raro si appoggia sull’opportunismo, sul compromesso, sul “saperci fare”. Egli sapeva fare, e assai bene, altro: sapeva disegnare e dipingere. Disegnatore e incisore eccellente e prolifico, coltivò a lungo talento e abilità di mano e d’inventiva anche come grafico editoriale, acquisendo una sicurezza ben riconoscibile nell’impianto architettonico pure delle acqueforti e dei dipinti. Nei quali, ovviamente, interviene l’apporto del colore, anch’esso sempre equilibrato, con i valori timbrici privilegiati ma nel pieno rispetto dell’armonia dell’insieme.

Da artista, fu doppiamente figlio del proprio tempo: nel linguaggio e nella tematica. Elementi di consonanza con le grandi esperienze artistiche novecentesche sono agevolmente rintracciabili nell’opera sua, ma di affinità si tratta, non di citazioni, né di adesioni. Genericamente, se proprio non si vuol rinunciare a un’etichetta, per lui si può parlare di Nuova Figurazione, di un “Realismo fantastico” dall’accentuata vena metaforica che talora richiama esperienze simboliste fino a sfiorare la surrealtà, con un’intensa carica espressiva.

Sono nette le sue prese di posizione, e certi temi ricorrono costanti, quasi ossessivi. In primo luogo i drammi legati al brutale esercizio del potere, con conseguenti lotte e sopraffazioni, ribellioni e repressioni. E’ un discorso di denuncia, ma non di militanza per schieramenti: l’attenzione è volta alla condizione umana, oltre ogni riferimento spaziotemporale. Cremonini ha vissuto in prima persona tragiche pagine di storia, ma da artista le travalica, e volge la sua attenzione all’uomo nel tempo, non del tempo: alla durata, dal passato al futuro, di ciò che purtroppo non si esaurisce in episodi contingenti. I suoi Re, Consiglieri, Generali, Guerrieri sono archetipi, come tali assoluti ed eterni. Lo sono anche gli Arlecchini potenti, e i Cavalli di Troia, testimoni degli inganni, delle manipolazioni delle coscienze, delle persuasioni occulte, dei falsi ideali; e ancora lo sono i Galli combattenti, simboli di aggressività, a volte presentati come robotizzati o bionici, fusi con congegni metallici, a divenire macchine da guerra…

 Il dinamismo leggibile in parecchie opere, pur se può riecheggiare topoi futuristi, ha in realtà una prevalente valenza di denuncia della frenesia quotidiana, dell’affanno legato nella vita dei più all’inseguimento di traguardi effimeri e vacui.

L’atemporalità si ritrova, raddoppiata, nelle rivisitazioni dei miti: storie e personaggi archetipi, essi già appartengono all’inconscio collettivo e pertanto debordano da ogni cornice, ma vengono altresì ibridati con elementi tecnologici, contemporanei, in un sincretismo che li rende inquietanti

 “La vera, grande arte rimanda sempre alla vulnerabilità della condizione umana”, affermava Francis Bacon. Pur consapevole della crudeltà della storia e della precarietà della “scimmia nuda”, individuo e specie, Cremonini non è tuttavia privo di speranza. Una conferma del suo “ottimismo della volontà” è fornita dall’aspetto formale del suo lavoro: le composizioni sono nitide e ben scandite, impaginate sapientemente; il disegno è netto ed equilibrato, anche quando il segno è spietato e tagliente; il colore è limpido e luminoso, vivo e palpitante, suggestivo e perfettamente orchestrato, pur senza ricorso a piacevolezze manierate e “ruffiane”; il discorso è lasciato aperto, a stabilire un dialogo con l’osservatore, coinvolto a completare l’opera con la propria lettura interpretativa. Dolore e amarezza possono spronare a impegnarsi per indirizzare il divenire verso “una direzione desiderabile”. A ciò tutti sono chiamati a contribuire.

PIER LUIGI SENNA